L’incredibile retroscena raccontato da Gino Paoli: ecco chi era la donna che ha fatto nascere Il cielo in una stanza.
Si tratta di una delle canzoni più famose in assoluto, scritta da Gino Paoli e interpretata in prima battuta da Mina. Parliamo de Il cielo in una stanza, in seguito interpretata – solo per citare qualche nome – da artisti del calibro di Massimo Ranieri, Franco Battiato e Carla Bruni. Ha avuto anche versioni in altre lingue, raggiungendo il successo anche al di fuori dei confini nazionali.

Ma non è del successo in sé della canzone che vogliamo parlare ma della genesi della canzone. Pare evidente dalle parole che dietro la canzone ci sia un sentimento forte, lirico; un sentimento amoroso che lega l’autore a una persona capace di infrangere i confini fisici e materiali di una stanza (dotata di un insolito soffitto viola) . Ma sapete di chi si tratta / di che stanza si tratta?
Il cielo in una stanza (di una casa chiusa)
Ebbene, l’amore narrato è decisamente insolito. Gino Paoli, infatti, s’era innamorato di una prostituta e di quell’amore impossibile – incapace di avere un happy end – ha narrato nella sua hit più famosa. Con ogni probabilità, quindi, la stanza in questione era la stanza di un postribolo.
Lo stesso cantautore genovese ne ha parlato ad Aldo Cazzullo in una lunga intervista al Corriere della Sera: “Ebbi un amoretto con una puttana…“.
Senza peli sulla lingua, Paoliha quindi proseguito nel racconto, dai tratti in parte sbiaditi (l’artista non ricorda il nome della donna) e in parte assolutamente vividi): “Ricordo che era molto carina. Mi piaceva proprio tanto, e lo piacevo a lei. Andai in quella stanza due, tre, quattro volte. Fino a quando non finii i soldi. Dovevo inventarmi qualcosa per rivederla. Rubai i libri a mio padre. Una vecchia enciclopedia, che rivendetti. Per fortuna non se ne accorse. Con il ricavato ripresi a frequentare la mia amata. Fino all’esaurimento delle possibilità. Cosi le dissi: questa è l’ultima volta che ci vediamo. Mi rispose: “Ma no! Vieni lo stesso!”. Cosi andavo a prenderla al mattino, quando non lavorava. E giravamo come due fidanzati. Alla fine arrivò il momento della decisione. Lei doveva lasciare Genova. Le puttane non erano fisse in un posto dopo un mese, a volte solo quindici giorni, giorni, partivano. Era una rotazione continua: bolognesi, napoletane, siciliane, baresi… Lei mi chiese di seguirla: “Vieni Vieni via con con me”. Ci pensai seriamente. Ebbi grossi dubbi. Poi prevalse il senso del dovere: “Mi dispiace tantissimo, ma debbo dirti di no”. Non l’ho mai rivista“.